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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026

Dalle fogne al Parlamento?

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  Da fogne e tombini, dal fango e dai vicoli più luridi che ormbreggiano gli angoli della nostre città sono emersi i topi. Enormi, ghignanti, famelici: non hanno più paura di percorrere strade, lambire piazze dal nome altisonante o infiltrarsi lì dove un tempo erano stati cacciati. Pantegane troppo agili per quei vecchi cani macilenti che, cempellanti, provano a stare loro dietro.  I ratti non si fermano, portano l'olezzo del rimosso e banchettano sul tavolo della Storia; si cibano della putrescenza che pensavamo di avere eliminato e che la tronfia virtù dell'ignoranza riabilita. Così gli spettri dell'orrore azzannano e cristallizzano nel sonno l'iride di molti, mentre la tecnologia appronta strumenti e ordigni per la garbata e moderna schiavitù. E fluttuano parole inconsuete (razza, orgoglio, nazione, morte) e ondeggiano e spuntano proprio dove non ti aspetti.  Ma tra cellulari e tribù appassite nell'orrore di scoprirsi fragili e deboli l'invasione continua. Qu...

Il re burattino e la magica polverina

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  Oh, quant'è bello questo re burattino che sin da bambino sognava il comando ed ora che regna, s'affanna, s'indigna, i denti digrigna e poi urla e fa festa così almeno la testa di chi dice:- Basta! - si confonde e dimentica, fra risate ammattite, che tutto si guasta. Oh, quant'è bello questo re burattino che da ragazzino, fra taverne e bicchieri, nel gruppo disfatto, distratto, invocava tremante, con le mani giunte, che l'amica fatina portasse la magica polverina a lui e alla truppa distrutta, già cotta e stracotta da essere marcia. Oh, quant'è bello questo re burattino che danza, balla e si sballa, proclama a gran voce: - Sia fatta la luce! - e la gente affamata, intontita, umiliata applaude e strilla e suona la squilla e la festa continua, continua più mesta. Oh, quant'è bello questo re burattino che la servetta introduce nella notte di pece: per lui sia un vanto quel pianto, lo schianto di chi è più in basso, il canto di chi sa far tacere e che paga per ...

A lei che mi ha incantato

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 La notte, serpentesca nei suoi ghirigori che dilatano e spingono verso il largo, mi ruba gli occhi. Non perché il sonno si fa sovrano della fuga e io mi affanno, cerco, mi alzo e vago. No, non è questo: è nella sua caduta che ripenso a come il tempo mi abbia privato di sorrisi che non posso più vedere.  Abbracci alle ombre.  Corro in un teatro vuoto, corro perché sin da bambino l'aggressività mi guidava per quelle che chiamo strane strade stravagantissime. Corro su quelle scale in legno che tante volte ho visto. Scricchiolano, parlano di inverni perduti, di ragazze che ansano alla porta. Del postino che ti regala biglietti di temerari viaggi. Sul proscenio il sipario nero. Lo stringo, è di velluto. Vorrei strapparlo. Voglio. Bolle di sapone, però, con la cadenza di una di quelle melodie che si cantano ai bambini che si rifiutano di dormire, piovono da chissà dove. Sbattono sul sipario e diventano stelle, occhi di luce che mi guardano. E se la mia corsa dentro la ruota, c...