Dalle fogne al Parlamento?
Da fogne e tombini, dal fango e dai vicoli più luridi che ormbreggiano gli angoli della nostre città sono emersi i topi.
Enormi, ghignanti, famelici: non hanno più paura di percorrere strade, lambire piazze dal nome altisonante o infiltrarsi lì dove un tempo erano stati cacciati.
Pantegane troppo agili per quei vecchi cani macilenti che, cempellanti, provano a stare loro dietro.
I ratti non si fermano, portano l'olezzo del rimosso e banchettano sul tavolo della Storia; si cibano della putrescenza che pensavamo di avere eliminato e che la tronfia virtù dell'ignoranza riabilita.
Così gli spettri dell'orrore azzannano e cristallizzano nel sonno l'iride di molti, mentre la tecnologia appronta strumenti e ordigni per la garbata e moderna schiavitù. E fluttuano parole inconsuete (razza, orgoglio, nazione, morte) e ondeggiano e spuntano proprio dove non ti aspetti.
Ma tra cellulari e tribù appassite nell'orrore di scoprirsi fragili e deboli l'invasione continua.
Quei ratti hanno amici importanti.
Prenderanno il palazzo?
Soffia il vento nero e nero è l'urlo dell'Europa che, muta, osserva l'imperatore ossigenato affilare le lame; lo zar russo oliare la pistola; i criminali cinesi che portano ordine e deportano i dissidenti.
E intanto i topi continuano a squittire sempre più forte.
Un brusio che cresce, che avanza, s'innalza e che solo un canto ribelle potrebbe ridurre al silenzio.

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