A lei che mi ha incantato
La notte, serpentesca nei suoi ghirigori che dilatano e spingono verso il largo, mi ruba gli occhi. Non perché il sonno si fa sovrano della fuga e io mi affanno, cerco, mi alzo e vago. No, non è questo: è nella sua caduta che ripenso a come il tempo mi abbia privato di sorrisi che non posso più vedere.
Abbracci alle ombre.
Corro in un teatro vuoto, corro perché sin da bambino l'aggressività mi guidava per quelle che chiamo strane strade stravagantissime.
Corro su quelle scale in legno che tante volte ho visto. Scricchiolano, parlano di inverni perduti, di ragazze che ansano alla porta. Del postino che ti regala biglietti di temerari viaggi.
Sul proscenio il sipario nero. Lo stringo, è di velluto. Vorrei strapparlo. Voglio.
Bolle di sapone, però, con la cadenza di una di quelle melodie che si cantano ai bambini che si rifiutano di dormire, piovono da chissà dove. Sbattono sul sipario e diventano stelle, occhi di luce che mi guardano.
E se la mia corsa dentro la ruota, come quei topolini vittime di esperimenti, diventasse il cielo che mi cade sopra e che mi soffoca? E se diventasse quel mantello scuro e occhiuto?
Ma il bisogno di utopia è - continua a essere - più forte. Cresce, non lo soffochi finché racconti l'alba nel sorriso dei tuoi figli e spezzi il girotondo e hai ancora sangue e sogni da inventare.
Ritorno ancora da lei che mi ha incantato quand'ero bambino.
E no, fra buoni borghesi, schiere di moralisti che si affannano a spiegare - e urlano, Dio mio, quante certezze hanno nell'arida ira che li acceca - e tanti capocomici intrappolati nelle loro divise, e mentre il circo cresce, cresce a dismisura, fra squacquerate risate e ghigni avvelenati, proprio no, non sono diventato quello che sarebbe opportuno diventare.
Il bambino che indugia con lei, sulle onde di favole e sogni, continua nel gioco ad essere quel Pinocchio che sai.
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