La giungla del mercato e il salotto degli intellettuali

 Un sibilo che striscia: serpe venefica fra il folto della vegetazione. Ma che sarà? Si snoda: fra gli alberi no, rimane basso. Non si vede. Attraversa la palude il fango il letame.

Intanto i tarzanidi lucidano i muscoli. Alcune donne osservano con occhi smerigliati altre più fortunate fare del loro ancheggiare mercato. 

Ma dereteggiano i mercanti d'arte d'ambo i sessi e lucidano cianfrusaglie e le spargono di qua e di là e infettano ogni persona perbene.

E altri ancor più affamati e ossuti giungono e danno battaglia.

Intanto, però, quell'essere, in quel sibilare assassino, s'allontana e s'infiltra più in là della giungla, nel salotto buono. Lì, fra dita unte e unghie di glorioso sudiciume, guida le penne, imbratta fogli con inchiostro strano. E nessuno di quei monaci del sapere bada alla giungla, a quella guerra di ricchi morti di fame che vorrebbero unirsi a quel consesso.

Ecco allora un tizio far correre il suo sangue sul tavolo che diventa calamaio di onusti versi destinati all'eternità.

In tutto questo io che c'entro? Beh, m'inseguono due labrador che vogliono allenare la loro dentatura su alcune parti del mio corpo, nobili perchè non oltraggiate dalla curiosità del sole, e allora grido con signorile contegno e i mercanti non si curano della mia fuga. Hanno ben altri interessi, loro.

Sarà la paura: riesco a liberarmi della minaccia canina e m'imbatto in uno che non fa che proclamarsi scrittore, sapiente e tanto altro: ha la barba brizzolata, guarda con occhi da demonio un po' lessato dagli anni il salotto buono. Uno come lui è lì che dovrebbe stare. Ah, che dolore veder quel genio solo, degno di tanta reverenza più di quanto dovrebbe un figlio nei confronti del proprio rincoglionito genitore. E quella sua nobiltà mi commuove e piango pensando a lui che, a sua volta, s'arrabatta con i mercanti per vendere la sua arte - no, la sua non è merce, è la tonitruante fanfara di colui che potrebbe indicare la via. Che grande uomo! Si batte il petto per le brutture del mondo, lui che con la sua arte che non è merce, giova ribadirlo perchè a lui sembra che prema quel mucchietto di euro che riesce a racimolare, ma non è vero... e... e... ho perso il filo... che cosa stavo scrivendo? la mia sintassi s'ingarbuglia, se sarei sapiente come lui scrivevo parole degne di lui ma... aiuto! Anche i verbi mi tradiscono e la mano corre esagitata... anzi forse si scrive esagittata con due t. Mi sa di gittata...

Intanto mentre la pagina mi schiaffeggia e mi pone di fronte alla mia pochezza, quel sapiente urla che a lui il sonno d'oblio gli fa incaponire la pelle. O accapponare? Bisogna fare una cernia per capire chi è dentro e chi è fuori perché io sono convinto che l'ironia alla fine paghi sempre perché la sanno tutti che sopra la panca... sì, insomma, siamo tutti consapevoli che il mondo - e questo piccolissimo e stupidissimo angolino di nulla in particolare - è dominato dalla follia.

Anche se è una frase fatta e sfatta io devo salutarvi perché di nuovo i due cagnacci mi hanno fiutato e hanno capito che la mia polpa andrebbe a nozze con le loro zanne educate alla giustizia.

E quindi tanti saluti a tutti: mercanti e semidei. Io faccio quello che da sempre so fare: scappare.

E come diceva quel saggio fante infante: ai postumi l'ardua scemenza.



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