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La ballata della regina senza testa (2017)

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Leggo notizie sempre meno commentabili e sempre più commentate, con dovizia di spiegazioni, dietrologie. Pare che in tanti abbiano risposte, insomma. Io, invece, non so che cosa dire. Mi comunicano che La ballata della regina senza testa  è in libreria, seconda edizione riveduta e corretta, pubblicata da Condaghes. Questa è la mia notizia, nonché la mia risposta. La storia di una bambina che nasce senza testa e che non può recepire immaginario e modelli che le vogliono inculcare è metafora, per me, del nuovo, del nuovo sano. Le risposte, per la mia protagonista, erano pericolose, castranti, necrofile. In nome della verità si uccide, più difficile risulta farlo nel nome del dubbio. Sì, è vero, c'erano storie d'amore e inseguimenti, foreste magiche e donne bellissime. Ma io scrivevo liquidando un intero sistema di valori, prettamente e tipicamente italiota.  La ballata della regina senza testa non cambierà nulla, lo so. Il suo compito, mentre scrivevo, era quel...

Quel mio vecchio vizio (2017)

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Mi piacciono le rotaie, portano lontano. Oppure preannunciano un arrivo. Mi piace guardarle quando non c'è il treno, magari seduto sui talloni, ad altezza di bambino. E mi piacciono proprio quando non conoscono curve, ma dritte, di quelle che si perdono all'orizzonte, come nei film western. E mi affascina l'immagine di un ragazzo con il mantello, capelli neri e lunghi, magari con una chitarra a tracolla, che vi cammini lentamente e venga verso di me senza vedermi. Ha forse pantaloni di pelle e credo che voglia continuare a camminare a lungo, senza fermarsi alla stazione che proprio ora raggiunge. E non sa che nascosti intorno ci sono tre che lo aspettano. Non hanno buone intenzioni ed io non posso nè voglio avvertirlo. E l'immagine diventa improvvisamente necessità di raccontarla, esautora qualsiasi anestetico, qualunque sostanza vagamente stordente. Uno dei tre è appoggiato al muro, occhi chiusi, barba lunga, cicatrice a forma di mezzaluna, qualcosa che e...

Pirandello: l'immagine, il cinema.

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A centocinquant'anni dalla nascita di Luigi Pirandello mi viene in mente che fu uno dei primi a rendersi conto di quanto il cinema avrebbe cambiato e trasformato qualsiasi approccio all'arte e al suo sistema complessivo. L'idea che uno schermo bianco accolga delle illusorie ombre rimanda, per analogia, al teatrino di altre ombre, quelle cinesi, che in C'era una volta in America, oltre ad avere una specificità metonimica all'interno della diegesi, diventano simbolo, se non essenza stessa, del cinema. Nel 1916, con I quaderni di Serafino Gubbio operatore ( allora intitolato ancora Si gira) , coglie con lungimiranza eccezionale questo aspetto. Anche Walter Benjamin non si perita nel suo celebre saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica di citare   proprio I Quaderni del figlio del Kaos. Pirandello non amava il cinema parlato, capiva perfettamente che tale nuova forma d'arte era nata dall'immagine e nell'imma...

In uscita gli Atti MOD 2013: "La letteratura della letteratura"

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I primi due/tre minuti

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EST.giorno prateria Fucile in primo piano, caricato per sparare. Pistola in primo piano, il grilletto che viene alzato. Altro fucile caricato in primo piano. Altra pistola, questa volta estratta dal cinturone. Sette/otto primi piani su armi da fuoco pronte a regalare piombo. Cominciano i titoli di testa. Una diligenza ferma, i sei viaggiatori a terra con le mani alzate. Tre uomini e tre donne atterriti, tremanti, le fronti aggrottate. Il postiglione e il suo compagno  sono immobili, sudati e impolverati. Uno tiene le briglie, l'altro il fucile. Sono molto nervosi, uno si morde le labbra, l'altro butta più volte lo sguardo al suo fucile poi sbarra gli occhi, scuote appena il capo, abbassa il fucile, poi lo lascia cadere a terra. I sei passeggeri con le mani alzate: ben vestiti, abiti cittadini. C'è una donna robusta, fra loro, con i boccoli biondi che respira affannosamente. La macchina da presa si sposta indietro e lasc...

La profonda superficialità di Andrea Scanzi

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Ho letto ora un post di Andrea Scanzi, credo dettato dagli orrori che la cronaca riporta in relazione all'omicidio di Alatri. Sono rimasto perplesso da tanta superficialità spacciata per profondità. Lo riporto di seguito, poi lo commento. Non so esattamente quando sia successo. Forse quando ho finalmente avuto il mio primo cane, forse quando ho imparato ad andare a cavallo e mi sentivo libero, fossero i boschi di Cortona o la Camargue. Forse quando sono diventato vegetariano, forse quando ho visto certi sguardi umanissimi di non umani. Non so quando, e probabilmente neanche lo avrei voluto. Ma è successo: provo sempre più empatia per il mondo animale e sempre meno per la specie umana. E' una razza che troppo s pesso mi fa semplicemente schifo. Conosco persone straordinarie, ne incontro ogni giorno nel mio continuo viaggiare. Solo che questa bellezza umana è sempre più sotterrata e calpestata dalla viltà: dall'ignoranza, dalla violenza. Dalla più smodata, e crassa, d...

Siamo tutti uguali

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Non per contendersi cibo né per istinto, come le bestie. No, gli uomini, proprio perché esseri razionali, quando danno libero sfogo alla violenza lo fanno in nome di nobilissimi ideali, di struggenti motivazioni. Le urla, il sangue e le botte in quella piazza, vicino alla bara di zio Ferruccio, erano l’ennesima riprova di quanto grande fosse l’animo della razza umana. Bellissimi a vedersi, quei bipedi implumi: così diversi per cultura, colore, orientamento politico e religioso, eppure miracolosamente tutti uguali nella brutalità della battaglia ("L'uomo che lottava con i cani").