I cantanti impegnati e il clima da linciaggio in nome della pace
Io sin da bambino ho sempre ascoltato i cosiddetti cantanti di protesta degli anni Settanta: Bennato, De Andrè, Finardi. Anche Vecchioni e De Gregori, sebbene meno polemici, li sentivo volentieri. Un passo indietro Guccini: quando sono cresciuto, sebbene amassi alcune sue canzoni, lo trovavo noioso.
Non mi piacevano e non mi piacciono nemmeno ora i lamenti amorosi alla Cocciante o Baglioni, tuttavia rimango sempre diffidente quando ascolto canzoni che sembra vogliano farsi portavoce di una fazione politica. I 99 Posse, per esempio, non li stimavo: non solo per la droga che ammuffiva loro il cervello, ma anche perché cristallizzati in una comfort zone: cantavano per il loro pubblico, lo rassicuravano. Anche i bravi Punkreas, che da poco ho scoperto grazie a mia figlia, sono nettamente schierati. Non hanno mai dubbi. Sebbene mi piacciano le loro canzoni, sono pezzi come La canzone del bosco che trovo geniali, perché alleggeriti dal didascalismo ideologico e quindi più ironici ed efficaci. La canzone di protesta, per me, per essere più graffiante non deve blandire una parte politica, ma pungolarla.
Il Partito Comunista ha avuto il merito di lottare per migliorare le condizioni di vita degli operai. Eppure ha commesso tanti errori e covava in sé ambiguità non risolte. Una di queste era l'austerità moralistica, monacale. La religione dell'impegno. Dico questo perché ho sempre letto feroci critiche nei confronti di De Gregori per canzoni come Buonanotte fiorellino, da me sempre trovata gradevole, bollate come tradimento delle cause sociali.
Ma negli anni mi è capitato, anche se con meno acrimonia, di sentire la stessa litania per Voglio una donna di Vecchioni (che a me diverte perché è una canzonetta che fa arrabbiare le femministe di professione, incapaci di accettare uno scherzo); Viva la mamma di Bennato; Verdi pascoli di De André.
Insomma, ogni volta che un cantautore impegnato si concede un momento di leggerezza passa dall'essere idrolatato a diventare un nemico, come se non fosse un uomo come tutti che ha bisogno, ogni tanto, di tirare il fiato e far quadrare i conti. Come se fosse un Dio.
La pace e la rivoluzione hanno bisogno di Dei? Ma non è questa una propensione tipica del Fascismo?
Io credo che in molti vogliano sentirsi cantare quello che si aspettano. E forse sta anche lì, l'inghippo. Perché non portare noi, nel quotidiano, l'impegno che ci piace nelle canzoni? Fra l'altro, la polemica su De Gregori mi stupisce: non pensavo che la musica impegnata interessasse più a nessuno, ormai. Qualche anno fa Red Ronnie chiese a Bennato perché non la smettesse con l'impegno sociale: i tempi sono cambiati, la gente vuole sentire canzoni d'amore. Basta con pezzi sulla guerra, sui migranti, sugli squilibri mondiali.
Tutto questo polpettone che ho appena scritto ha lo scopo di manifestare la mia sorpresa. L'attacco a De Gregori forse mi dice che la gente si è stancata di Sfera Ebbasta, Blanco e compagnia? Ma la gente chi? I ragazzi? I ragazzi no, basta guardare le visualizzazioni su Spotify.
E allora?
Chi non è contrario alle guerre, ai massacri e ai genocidi?
Tutti, vero?
Ma forse qui il problema è un altro: il vuoto che innesca la rabbia e la necessità (politica?) di dividersi e trovare un nemico che incarni ciò che non siamo o che non vorremmo essere. Attaccarlo sui social, allora, può essere un buon modo per sentirci impegnati? Può essere una tecnica per lavarsi anche la coscienza?
Se aprissero oggi un nuovo Colosseo con spettacoli con uomini che si uccidono davvero, siamo sicuri che nessuno andrebbe ad assistere? Sapete quanti ragazzi annoiati guardano sul web i modi più strani in cui si muore?
La sto facendo lunga, lo so, divago, ma trasformare De Gregori in un fascista per una dichiarazione che non si condivide, che lascia il tempo che trova, mi pare veramente esagerato.
Questo manifesto satirico, poco raffinato e banalizzante, non mi fa ben sperare in coloro che vogliono un mondo migliore se hanno tutta questa rabbia da dimenticare cinquanta anni di canzoni.
Sia chiaro: io non apprezzo chi si volta dall'altra parte e coltiva il suo orticello.
Ma è altrettanto vero che non sopporto chi fa dell'impegno una professione, una patente da esibire sui social.
Ultimo esempio. Mi piacciono i Litfiba, ma quando Piero Pelù inizia a leggere i suoi fogliettini al concerto del Primo Maggio provo una sensazione di imbarazzo e di retorica senza fine.
Infine, chiedo venia per il discorso sconclusionato, ma si sa. Chi fa Pace di cognome come me, in tempi come questi (come questi? ma il mondo non è sempre stato divorato da guerre e soprusi?) deve rischiare di più di perdersi.
O no?

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