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In nome della Demenza

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In nome della Demenza io certifico lo stato di grave agitazione dello Stivale che galleggia nel Mediterraneo. In nome di questa, sissignori, invoco, qui, al mio cospetto, Zeus per processare il corpo (non l'anima) di Giulio Cesare, stuprato dalle coltellate dei senatori. In nome della libertà vi chiamo a raccolta nelle piazze e nei social e, senza pensare, v'invito a pensare. In nome dell'ignoranza più colossale v'invito a prendere la bandiera italiana e ad appenderla fuori dalle finestre, nonchè a non utilizzare la carta igienica al rovescio. In nome di ciò sono autorizzato a dirvi che noi siamo il cambiamento: e andiamo nelle piazze e sotto i portici e gridiamola tutta la nostra santa indignazione, scontriamoci contro i tecnocrati e i plutocrati. Spezzeremo le reni a chiunque non vorrà ragionare con la nostra testa e faremo il pane giocando non più su due forni, ma su tre, ai quali aggiungeremo un panificio che produca pane dall'acqua. E imbottiglieremo anch...

Il gattopardo: la trama e la metafora decadente dell'esistenza.

«Nunc et in hora mortis nostrae. Amen» . Si apre con tale formula liturgica il Gattopardo – quasi un’epigrafe riassuntiva della materia trattata – e subito ci troviamo in medias res , durante la fine della recita del rosario quotidiano, nel palazzo del Principe di Salina, protagonista del romanzo, intorno al quale si incentra la narrazione in momenti ‘presi a caso’ nell’arco di cinquant’anni, dal 1860 al 1910. Saranno cinquant’anni in cui si assisterà all’inesorabile declino della famiglia Salina, nobile casata fedele ai Borbone. Il Gattopardo , dunque, è una grande e sontuosa metafora di morte che prende a pretesto la storia per costituire la dimensione mitica necessaria alla realizzazione della sua funebre poetica. Questa la causa, insieme alla concezione di Lampedusa che i grandi autori non abbiano bisogno di inventare situazioni e vicende, del ‘non intreccio’ del romanzo, riassumibile in poche righe: Tancredi Falconeri, nipote e figlio adottivo di Don Fabrizio, si unisce ai...

I più belli del mondo

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Festeggiano e brindano al lavoro, nell'ultimo piano della Banca più bella del mondo, di proprietà della multinazionale più dolce del mondo. Sono in un super attico meraviglioso, impreziosito dalla piscina più grande e più bella del mondo. Sono pochi e sorridono - e sicuramente sono i più belli del mondo - mentre il cielo è il più azzurro del mondo e anche quando piove, là, sempre azzurro rimane. Nessuna traccia lassù di colori scuri, nulla, per esempio, che rimandi alle tinte cupe del petrolio. Festeggiano come tutti, ma loro, in fondo, sono gli unici che ne hanno motivo, perché brindano per il lavoro degli altri, quello che li tiene lassù, nel luogo più bello del mondo. E si rammaricano un po' per quelli che di lavoro non ne hanno: peccato, avrebbero portato altro azzurro a loro, i più belli del mondo. Sorridono, invece, per chi è tiranneggiato dallo Stato e affoga nel grigio. Sorridono con distacco e commiserazione, lo sanno che lo Stato, di qualunque colore sia, sarà...

Io sto bene, e tu?

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Mi fermi, mi prendi la mano, cominci a parlare. Io sto bene, e tu? Parli, non sempre senza sapere di che cosa, e poi mi dici che il tempo sta cambiando e non ci sono più le mezze stagioni. Parli, e mentre provo io a farlo continui, alzi il tono e mi lasci a bocca aperta. Io sto bene, e tu? Ti muovi a tuo agio mentre disquisisci di scie chimiche, di politica e di bene comune. Intorno a noi cadono i calcinacci, i topi forse invaderanno presto la città, l'analfabetismo politico dilaga, mi assale, mi assilla. Io sto bene, e tu? Mi chiedi se ho letto, da qualche parte, (su facebook?) la spassosa serie di volgarità di non so quale Carneade illustre. Intorno gente che corre, grida, s'affanna, sbraita con occhi scerpellati, smerigliati, stupefatti da cocaina o dalle malie di uno smartphone. Io sto bene, e tu? Mi viene da vomitare se ritornano nella mia mente Sky, i centri commerciali megagalattici e alienanti, le multinazionali. Il conato cresce se davanti ai...

Ma quale professore!

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Sento la primavera, una stramaledetta nostalgia mi assale. E il mio vecchio vizio di non voler essere quello che gli altri vogliono che io sia mi domina ancora. Ripenso all'autenticità del ragazzo che fui: bastava un goal di Klinsmann, una nuova canzone di Bennato, un passaggio in TV del western di Leone. E mi ricordo di dieci anni fa, oggi, sì: 15 aprile 2008. Ero a Sassari, forse con una ragazza, non ricordo. Seduto nel bar di fronte alla Facoltà parlavo e una sensazione di gioia incontrollabile mi faceva sognare. Non sapevo che cosa la orientasse, ma era meraviglioso. Ieri come oggi, la stessa frenesia. Non volevo già allora essere professore, non lo voglio ora.  Mi sento sempre quel bambino ingenuo e un po' fuori posto degli anni Ottanta; quel ragazzo anarcoide e a modo suo degli anni Novanta. Intorno il circo delle apparenze non mi incanta. Mi annoia. Sa di grigio e ipocrita. E io, al solito, partecipo svogliato al girotondo. Lascio le mani degli altri, e sul...

Dimmi come guardi un film e ti dirò chi sei

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Dimmi come guardi un film e ti dirò chi sei. Meglio ancora: ti dirò quel che siamo, quale immaginario abbiamo accolto e quali rapporti economici e sociali si celano dietro questa 'consapevole' scelta. Il cinema nasce come spettacolo popolare. La sala era, ed è, luogo comunitario, sociale (politico, aggiungo). I film girati per il grande schermo utilizzano, infatti, un linguaggio peculiare. Poi, un bel giorno, arriva la televisione: chi vede un film al cinema e poi se lo ritrova in TV, spesso non lo riconosce. Di conseguenza ecco i film girati ad hoc e serie televisive: logico, si investe nel nuovo mercato. Chi ha provato a seguire un film per la TV proiettato sul grande schermo pare sia rimasto annichilito da tale esperienza. I linguaggi sono troppo differenti. Nel frattempo tutto si velocizza, arriva internet, i cellulari sostituiscono il cervello di alcuni esseri viventi e la produzione di opere audiovisive aumenta, s'ingigantisce, s'innervosisce per...

Cinquanta sfumature Di Maio

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C'è qualcosa di Romantico nel Movimento Cinquestelle, nella sua accezione più squisitamente letteraria (e quindi, come sa bene Di Maio, irrazionale). Indignati, umiliati e offesi da decenni di Governi della mummia Berlusconi e da altrettanti indegni dei Sinistri scendono in piazza ben sapendo che la politica è un affar serio: ce lo spiega anche un comico, o presunto tale (sfortuna, per tutti, che non abbia avuto al cinema successo, non avrebbe sfogato la sua frustrazione da signor Nessuno).  Romantico e nobile, questo afflato ha caratteri oclocratici (e Di Maio, uomo colto, sa bene che intendo) ed è fecondato dalla disperazione. Era stato il malessere a favorire il Fascismo, la frustrazione, il dolore, la grettezza nel secolo scorso. Anaciclosi, come scriverebbe Polibio (e Di Maio, uomo colto, sa a che mi riferisco)? Romantica è l'idea che un movimento affronti 'di pancia' questa sfavorevole congiuntura e attraverso la rete, e un po' di 'sana' al...