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Briatore e il Billionaire: Costa Smeralda stuprata

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Agosto 2018, ore 23. Sono in macchina, tra casa mia e il Billionaire; mi ferma un uomo di mezza età, calvo, spiritato. Ha un giubbotto catarifrangente e un arnese che s'illumina per attirare l'attenzione. Mi urla di girare a destra. - Perchè? - Briatore non vuole che nessuno scenda di qui. - Questa strada è pubblica, mica di Briatore. Alla mia risposta il tipo spiritato si altera, mi offende. Io gli rispondo per le rime, vado per la mia strada. Flavio Briatore, uomo di modesto spessore culturale, in evidente affanno nel coordinare anche la più semplice proposizione, ha fatto le cose per bene. Si è circondato di leccapiedi di Arzachena - nani, ballerine, amasi - e fa ciò che vuole. Rilascia stomachevoli interviste ai giornali in cui pontifica sulle corrette strategie del turismo e intanto occupa strade con i suoi scagnozzi da quattro soldi, le utilizza abusivamente come parcheggi, viola costantemente le norme con decibel alle stelle per pompare la sua orribile musi...

Il nostro meraviglioso porcile

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Una donna argentina lava, stira, spolvera con trentacinque gradi all'ombra. Sorride. - Lindo - dice - lindo - e sorride. Non parla italiano. Gioisce per i quindici euro in nero, dopo tre ore di lavoro. Al Billionaire non si fanno mancare nulla. I leccapiedi autoctoni. Le strade occupate abusivamente. I palestrati espressivi come un gommone che indossano la divisa da Security (hanno la pistola e non capiscono quello che leggono, ma forse per questo rassicurano). Le ragazze svestite per ricordare a chiunque che quando si va in macelleria la carne si compra e la loro carne è buona. Il buon Flavio Briatore, che unge di qua e di là, assicura che il suo locale non è solo per persone speciali, ma anche per i comuni ragazzotti che spendendo prezzi contenuti possono mangiare una pizza e ballare (e sognarsi diversi?). - Aiutiamoli a casa loro. - Chi? Quelli a cui prima abbiamo tolto tutto a casa loro? - Che vuoi dire? - Quello che ho detto. Tu che faresti al loro posto? - M...

Salvatemi dai poeti di facebook

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Salvatemi dai poeti di Facebook, ve ne prego. Dite loro che non basta andare a capo (quasi sempre a caso) per scrivere una poesia. Salvatemi dalle ragazze innamorate, querule, malinconiose e sofferenti, dai loro tormenti sempre accompagnati da strazi, rimpianti, turbamenti da letteratura d'appendice. Basta con quei gratuiti puntini di sospensione orbitanti nel nulla, tripudio di sciatteria da analfabetismo di ritorno: sono tre i puntini di sospensione, ragazza sensibile e innamorata, non due, non quattro, non cinque. Tre, solo tre. Salvatemi dai tromboni del verso libero presunto, che accigliati tuonano austeri, fra senari incerti e zoppicanti quinari, che ormai cultura, sapienza e poesia si sono estinte e morte ci attende, da qui in avanti. Deh, Calliope perché il natio cinabro delle labbra tue non sussurra agli orecchi di tal coorte di stenterelli che fia men doglia a questa destinarsi ad altro spasso? Salvatemi da questuanti trogloditi che anelano alla gloria del "m...

"E se non piangi, di che pianger suoli?"

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Come fai a piangere quando la tua squadra del cuore viene eliminata in coppa, quando una canzone struggente rievoca il tuo passato perduto, quando l'ultima puntata della tua serie preferita consegna un commovente epilogo; come fai, quando poi esulti per i morti in mare? Per i porti chiusi ai disperati? Non mi voglio sentire buono, non scrivo questo a tale scopo. Ma per sentirmi umano. Che significa essere clandestini?  Si può essere clandestini della vita? Si può essere stranieri a casa propria? Si può essere stranieri nel mondo? Si può concepire che un problema reale e complesso si possa provare a risolvere tutti insieme? Se Tizio odia Caio, potrà mai un giorno risolvere dei problemi se ha bisogno del suo aiuto? Se Caio ammazza Sempronio e poi piange per la morte del suo gatto che cos'è? Un uomo? Una bestia? Un italiano? Un clandestino? Un terrorista? Un fascista? Un europeo? Un civilizzatore? Un moralizzatore?  Quando dici è finita la pacchia, per chi lo ...

In nome della Demenza

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In nome della Demenza io certifico lo stato di grave agitazione dello Stivale che galleggia nel Mediterraneo. In nome di questa, sissignori, invoco, qui, al mio cospetto, Zeus per processare il corpo (non l'anima) di Giulio Cesare, stuprato dalle coltellate dei senatori. In nome della libertà vi chiamo a raccolta nelle piazze e nei social e, senza pensare, v'invito a pensare. In nome dell'ignoranza più colossale v'invito a prendere la bandiera italiana e ad appenderla fuori dalle finestre, nonchè a non utilizzare la carta igienica al rovescio. In nome di ciò sono autorizzato a dirvi che noi siamo il cambiamento: e andiamo nelle piazze e sotto i portici e gridiamola tutta la nostra santa indignazione, scontriamoci contro i tecnocrati e i plutocrati. Spezzeremo le reni a chiunque non vorrà ragionare con la nostra testa e faremo il pane giocando non più su due forni, ma su tre, ai quali aggiungeremo un panificio che produca pane dall'acqua. E imbottiglieremo anch...

Il gattopardo: la trama e la metafora decadente dell'esistenza.

«Nunc et in hora mortis nostrae. Amen» . Si apre con tale formula liturgica il Gattopardo – quasi un’epigrafe riassuntiva della materia trattata – e subito ci troviamo in medias res , durante la fine della recita del rosario quotidiano, nel palazzo del Principe di Salina, protagonista del romanzo, intorno al quale si incentra la narrazione in momenti ‘presi a caso’ nell’arco di cinquant’anni, dal 1860 al 1910. Saranno cinquant’anni in cui si assisterà all’inesorabile declino della famiglia Salina, nobile casata fedele ai Borbone. Il Gattopardo , dunque, è una grande e sontuosa metafora di morte che prende a pretesto la storia per costituire la dimensione mitica necessaria alla realizzazione della sua funebre poetica. Questa la causa, insieme alla concezione di Lampedusa che i grandi autori non abbiano bisogno di inventare situazioni e vicende, del ‘non intreccio’ del romanzo, riassumibile in poche righe: Tancredi Falconeri, nipote e figlio adottivo di Don Fabrizio, si unisce ai...

I più belli del mondo

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Festeggiano e brindano al lavoro, nell'ultimo piano della Banca più bella del mondo, di proprietà della multinazionale più dolce del mondo. Sono in un super attico meraviglioso, impreziosito dalla piscina più grande e più bella del mondo. Sono pochi e sorridono - e sicuramente sono i più belli del mondo - mentre il cielo è il più azzurro del mondo e anche quando piove, là, sempre azzurro rimane. Nessuna traccia lassù di colori scuri, nulla, per esempio, che rimandi alle tinte cupe del petrolio. Festeggiano come tutti, ma loro, in fondo, sono gli unici che ne hanno motivo, perché brindano per il lavoro degli altri, quello che li tiene lassù, nel luogo più bello del mondo. E si rammaricano un po' per quelli che di lavoro non ne hanno: peccato, avrebbero portato altro azzurro a loro, i più belli del mondo. Sorridono, invece, per chi è tiranneggiato dallo Stato e affoga nel grigio. Sorridono con distacco e commiserazione, lo sanno che lo Stato, di qualunque colore sia, sarà...