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E non avere paura della morte

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Monta i cassetti. Riempili. Ordina fogli, documenti. Richiudi. E non avere paura della morte. Dipingi la parete di bianco. Che tutto sia pulito. Nessuna macchia, nessun alone, niente polvere. E non avere paura della morte. Chiacchiera con chi non abbraccia i figli, con chi non riesce a donare un fiore alla sua donna. Con chi nasconde le emozioni. Con il tirchio che odia il denaro perché a questo ha consacrato la sua vita. Frequentalo. Ti parlerà, magari, di cose importanti, che non sai. E non avere paura della morte. L'amigdala. Studiala. Allena la corteccia cerebrale, rafforzala. E non avere paura della morte. Cammina per le strade. Vai in mezzo alla folla, se puoi. Distraiti, ripeti quello che ti dicono. Sorridi, se gli altri sorridono. E non avere paura della morte. Il selvaggio. Educalo. Insegnagli dove sta il bene, dove il male. Lo devi sapere, hai studiato.  Abbi certezze. Incrollabili. Inscalfibili. Indistruttibili. E non avere paura della morte. Os...

Sado Lesbo Rock. Epica del deviante

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Il romanzo si apre con lo Scorpione che uccide la Mantide, una lottatrice che fa parte dei fratelli: anche lei, infatti, ha una cicatrice a forma di spirale nella caviglia sinistra; anche lei è della prima linea e prende ordini da Occhi d'angelo, fantomatico burattinaio di un'organizzazione criminale che si muove nell'ombra. Lo Scorpione: un killer professionista, bravissimo a svolgere il suo mestiere. Eppure entra in scena stanco e tarlato dal dubbio: perchè uccidere una di noi? In prima linea ci sono gli orfani, quelli a cui hanno insegnato ad amare - quasi in fasce - Occhi d'angelo. E aggiungici il lavaggio del cervello, la costruzione di un immaginario che ha nel dubbio il suo peggior nemico e capirai quanto sia difficile non essere come ti hanno obbligato ad essere. Un esercito di assassini, di burattini. Di alienati che non sanno chi sono, né che vogliono.  Ma che succede se uno pensa, dubita, si fa domande? Lo Scorpione inizia ad essere egli stesso persegu...

L'Italia che non c'è: tra Pinocchio e il Gattopardo, la farsa dell'immobilismo

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Subito dopo essere stato derubato dal Gatto e dalla Volpe, Pinocchio corre dal giudice a denunciare il fattaccio. Collodi, risorgimentale deluso e penna beffarda e di saturnini umori, descrive uno scimpanzé vestito da giudice, con la barba bianca e gli occhiali senza le lenti. Sentite che fa:  “...lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse; quindi sentenziò. Mentre leggiamo, però, prima ancora che la sentenza venga emessa, qualche cosa non torna. Uno scimpanzé al posto del giudice implica, naturalmente, un atteggiamento derisorio dell'autorità. Vero è che il giudice ha la barba bianca - a suggerire saggezza, dunque, o almeno la speranza di questa - ma quegli occhiali senza lenti sanno di finto, veicolano la sensazione di una forma buffonesca e, tutto sommato, inattendibile e, per questo, pericolosa. Ecco la sentenza nelle parole dello scimpanzé:  - Quel povero diavolo è stato derubato di quattro mone...

Personaggi in cerca d'orrore

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Il geometra dell'ignoto, con il camice bianco. Ti parla, non ti ascolta: c'è il protocollo, c'è il protocollo da applicare. Ti parla e non ti sente: il protocollo lo salverà. L'artigiano conosce le tecniche, potrebbe davvero fare felici migliaia di persone. Ma dimentica che non è un artista: non ha una visione del mondo né della vita. Così non serve a nessuno. Insegue qualche cosa che dovrebbe vedere solo lui, ma è cieco e l'unico brillìo che il sguardo percepisce è quello delle monete d'oro, ferite dal sole. Il ciambellano serve il nulla. Paraninfo invidioso, borioso simpaticone. Questo è lo schifo che vi posso servire, dice. Questo schifo lo devi ingoiare. Finge distacco e allegria. Ma funebre è il suo sentire quando si guarda allo specchio: fantasma di una sconfitta decennale. I convitati del ciambellano del nulla. Atene brucia, Rodi è in fiamme, Sparta piange. Che ci possono fare. Il nulla e lo schifo si devono mangiare. E quanto è noioso quel gi...

"Sardi per sempre": presentazione ad Olbia

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Sardi per sempre . Il titolo sa un po' di minaccia, ma per me assume una sfumatura ironica: io che sono mezzo siciliano e mezzo sardo riuscirei mai ad essere una volta e definitivamente ciò non sarò mai pienamente? Io che ancora non ho ancora capito bene che cosa sia l'identità? Al di là di ciò, tutto è molto più semplice e divertente. Sardi per sempre è una raccolta di racconti curata dall'amico Alessandro Marongiu, edito da chi, "Edizioni della Sera", non è nuovo a simili operazioni ( Veneti per sempre , Torinesi per sempre et similia). Alla composizione dell'antologia partecipo anche io, in amicizia. Il libro, se non sbaglio, è già stato presentato a Sassari e a Cagliari. Venerdì 15 marzo, alle 18,30, sarà il turno di Olbia, presso la libreria Ubik. A moderare l'evento sarà proprio Alessandro, il curatore della raccolta.  Tutto molto semplice, insomma: io sarò presente e, insieme a me, saranno coinvolti anche altri autori di Sardi per sempre...

Lo scacco del realismo

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Sempre più spesso mi capita di leggere libri (mi riferisco a quelli recenti, stampati in Italia) o di dare loro un'occhiata e, tendenzialmente, mi trovo di fronte allo scacco del realismo. Molti scrittori di oggi guardano la realtà attraverso il filtro - sembra un paradosso - del realismo e scambiano questo stesso filtro per l'oggetto del loro raccontare. Ma dietro tale difficoltà, dietro lo scacco del realista che non riesce a cogliere la realtà, c'è, anche, un problema annoso legato al provincialismo di certa parte dell'élite (?) culturale italiana.  Tomasi di Lampedusa aveva ragione quando sosteneva che in Italia la letteratura umoristica e, in special modo, quella legata al nonsense probabilmente non attecchiranno mai. Per questo ai letterati italiani pare opportuno, e probabilmente necessario,  oggi come ieri, trovare assai divertente l'ironia di Ariosto e Manzoni (per inciso, io sono fra coloro che venerano Messer Ludovico e l'Alessandrone naziona...

Briatore e il Billionaire: Costa Smeralda stuprata

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Agosto 2018, ore 23. Sono in macchina, tra casa mia e il Billionaire; mi ferma un uomo di mezza età, calvo, spiritato. Ha un giubbotto catarifrangente e un arnese che s'illumina per attirare l'attenzione. Mi urla di girare a destra. - Perchè? - Briatore non vuole che nessuno scenda di qui. - Questa strada è pubblica, mica di Briatore. Alla mia risposta il tipo spiritato si altera, mi offende. Io gli rispondo per le rime, vado per la mia strada. Flavio Briatore, uomo di modesto spessore culturale, in evidente affanno nel coordinare anche la più semplice proposizione, ha fatto le cose per bene. Si è circondato di leccapiedi di Arzachena - nani, ballerine, amasi - e fa ciò che vuole. Rilascia stomachevoli interviste ai giornali in cui pontifica sulle corrette strategie del turismo e intanto occupa strade con i suoi scagnozzi da quattro soldi, le utilizza abusivamente come parcheggi, viola costantemente le norme con decibel alle stelle per pompare la sua orribile musi...